L'eredità Todaro

L'eredità Todaro
di El Moplo, 2002 - trad. Marco Castellani

 


La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sui cervelli dei viventi e proprio quando sembra ch'essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d'ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito, la nuova scena della storia.

Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte

Antonio Todaro, come Balanchine, pensava che la Danza fosse fine a se stessa e che in se stessa trovasse tutte le sue ragioni d'essere. Il grande Artefice del Tango moderno, al pari del grande Artefice della Danza moderna, con il movimento non si propose di esprimere altro che il movimento stesso; eppure, la sua visionaria concezione del pas de deux, la celebrazione tecnica dei fasti del corpo, i mirabolanti precipitati della sua immaginazione, giunsero a svelare la poesia e l'intima bellezza del gesto umano più di ogni simulazione espressionistica. Balanchine dovette affrancarsi dai vincoli della Simbologia ballettistica, Todaro dal sentimentalismo, che tra tutte le perniciose chincaglierie accatastate sui Tangueros è all'unanimità la più "gringa". Nel vero Tango infatti, l'anima deve sgorgare con discrezione e, quando si soffre, si soffre di soppiatto. Quello di Todaro è in questo senso un Tango paradossalmente "liso", ancorchè sofisticatissimo: di una purezza e di un nitore tali, da non essere infirmato nemmeno dalla patente complessità delle sue forme.
Attraverso i passi, le figure e le sequenze definite in cinquanta anni di Officina, Todaro dotò di lessico, sintassi e frasario essenziale la generazione più rivoluzionaria della storia del Tango ballato (quella di Petroleo, Finito, Cacho Lavandina). Le giovani generazioni invece, più pratiche e mercantili, non si sono lasciate intralciare dai malintesi della patrologia, nè dalle lungaggini dell'apprendimento. Hanno avocato, questi sì, i titoli di successione dei Maestri e ne hanno rovistato i forzieri, mettendo indebitamente mano al lascito. Il risultato è che ora i prodigiosi congegni mobili Todariani sono sviliti a Corrientes come a Broadway, in certe "sparkling variations" scevre da scrupoli ortografici, o negli euforici numeri d'attrazione delle milongas, che tanto servono a "impresionar la gilada".
Fino a quando è stato custodito dal corpo vivo e collettivo del "baile", il primato dell'Opera di Antonio Todaro non ha potuto essere scalfito dagli strafalcioni dei suoi presunti esegeti; e nemmeno l'autorevolezza del suo magistero ha potuto essere abrogata dall'incompetenza degli esportatori. Ora però che la Musa d'Asfalto del Tango non abita più alla milonga, e che stile, senso estetico, eleganza, e invenzione hanno cessato di essere le materie obbligatorie dell'Ateneo Notturno, le fantasmagorie di Antonio si avverano più sui palcoscenici di teatri e festival di danza che non sulle piallate piste dei club di barrio: un trasloco preterintenzionale dal naturalismo all'illusione consapevole che non ha comunque convinto Tersicore a chiudere la succursale di Villa Urquiza.
Balanchine pensava, mentre Todaro ne era sicuro, che tutta la Danza tendesse al pas de deux. Nei territori protetti del Balletto, i suoi continuatori hanno negli anni elaborato un linguaggio all'altezza di questo corpo minimamente sociale. Nei periferici distretti del Tango invece, per nulla esposti al rischio di stanziamenti statali, i continuatori di Todaro proprio da tale altezza sono partiti. Nei primi, gli specializzati corpi dei danzatori contemporanei, altrimenti indeclinabili, sono incoraggiati dal coreografo a ritrovarsi in un abbraccio a loro estraneo e a significarsi, come nel caso del nostro prediletto Forsythe, nel movimento che deriva dal dibattito tra un equilibrio forzatamente socializzato e la legge dei gravi. Nei secondi, i corpi veri e terreni dei Tangueros, in vantaggio poichè dall'infelicità e dalla mancanza e dal desiderio sono modellati, si completano in un abbraccio che tutto spiega e rivela. Da una parte l'aggiornato Stato dell'Arte, per non dire l'Arte dello Stato, della danza a due; dall'altra, la coppia millenaria che ci parla della verità della vita. 
Grazie ad Antonio Todaro questa verità fu "visibile", ebbe finalmente grazia ed eloquenza; oggi riecheggia con il formidabile glamour dell'antiretorica negli spettacoli della Nueva Compania Tangueros di Mariachiara Michieli, la quale ha creato in pochi anni un repertorio che perlomeno ci permette, anche nel Tango, di discorrere di coreografia e composizione. Il che non è poi poco.
L'eredità Todaro dunque, seppur taroccata e contrabbandata sotto specie in che tutti, anche i nemici, potevano apparentemente operare, nascondeva invece uno strumento a ben altri destinato, una lima nella pagnotta dell'ergastolano: solo chi l'ha veramente cercata, e per questo meritata, ha potuto infine appropriarsene e usarla per la propria liberazione.

 


 
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