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I maestri di Mariachiara
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La
storia della vita è così corta
Che facciamo per pensarci e siam passati.
Ci cerchiamo, vogliamo stringere, vogliamo la vita,
E lei, la vita, era nel cercare.
Che un soffio è la memoria della strada
E vuota è la casa dove siamo arrivati.
Dove siamo c'è odore di nulla
E polvere abbiamo nel cuore e sotto le scarpe.
Stringiamo nell'aria la memoria nostra
e siamo al di là del nostro andare.
Franco Loi
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| Antonio Todaro, il Maestro dei maestri |
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Antonio, il Maestro dei maestri
di
Marco Castellani, 1995 Per noi, come per innumerevoli altri, Antonio era il nostro
Maestro.
Aveva moltissimo in comune con l'altro nostro Maestro Osvaldo
Pugliese, poichè in
termini di Tango era tra i pochi che parlavano con verità, di verità.
Naturalmente era un ballerino eccezionale: cominciò giovanissimo, contagiato
da un amico con il quale passò in strada tutta una notte a caricare un
grammofono e a ballare "... finchè la Polizia ci portò tutti
e due al Commissariato".
Uscito dal quale, ballò tutta una vita.
La sua passione per il Tango era così forte, l'emozione che provava così incontrollabile,
che non volle mai essere un professionista, nel senso che potremmo dare oggi
a questo attributo. Quando si esibiva lo faceva alla milonga, tra amici o ballando
con sua figlia. Diventò invece il più grande insegnante di Tango
di tutti i tempi. Si considerava un sarto giacchè cuciva le sequenze sul
corpo dei ballerini, mentre in realtà, come Dior e Balenciaga, era un
maestro della Haute Couture. Per gli smemorati professionisti del Tango creava
passi, sequenze e coreografie a getto continuo. La sua fantasia era illimitata.
Poteva lavorare anche 12 ore al giorno: accettava solamente coppie o allievi
individuali, con tutti era severissimo. Dai ballerini esigeva precisione sopra
ogni altra cosa: era questa una passione che aveva ereditato dall'oleoso e
apodittico mondo dei motori, da lui frequentato negli anni giovanili.
Ogni anno passava qualche mese in Europa a insegnare agli insegnanti, i quali
attingevano dalle sue creazioni un repertorio di passi e sequenze che, come
il raccolto o la provvista di legna, sarebbe dovuto bastare loro per sopravvivere
all'inverno.
Tirano ancor oggi avanti, grazie a quelle sue lezioni.
D'altro canto, Antonio andava molto orgoglioso della sua milonga Tierrita,
una delle poche con il ristorante. Più che del ballo, era fiero del
chilometraggio delle salcicce che vi si cucinava ogni settimana, per non parlare
della moltitudine
di polli ai quali, a sentir lui, aveva tirato personalmente il collo uno a
uno.
Anche per questo Antonio resterà per noi indimenticabile. Forse la
bellissima poesia di Franco Loi in epigrafe, con il dolore e la lacerazione
che esprime, è il
modo migliore di salutarlo.
Antonio, come questa poesia, partecipava alla bellezza segreta della vita.
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| Sua Maestà Pepito |
Sua Maestà Pepito Avellaneda di
Marco Castellani, 1995
Mi rendo conto che queste poche righe
sono del tutto inadeguate a ritrarre uno dei più grandi
ballerini di Tango di tutti i tempi; le ho scritte alla fine
del 1995 quando
l'incommensurabile
Arte di Pepito c'era ancora a parlare per lui - e anche allora
il mio scritto, come qualunque altro scritto, era in paragone
ben povera cosa. Venne con noi in Italia per il tour di debutto
di Milonga Boulevard. Il suo ultimo tango - per lui, il Re
della Milonga - fu La Payanca nell'arrangiamento di Pugliese
suonato
da Color Tango, il suo ultimo palcoscenico quello del Teatro
Comunale di Casale Monferrato: era il 25 marzo 1996.
Parlando
di profumi, in Argentina si dice che l'essenza è nelle
ampolle più piccole; quando hanno coniato questa espressione
stavano di sicuro pensando a Pepito Avellaneda.
Dal basso, la sua statura comincia contemporaneamente a quella
di Magic Johnson; non solo: come è solito dire lo stesso Pepito, se dimagrisse dieci grammi
o se avesse tre mesi di meno, si fidanzerebbe con la più bella ragazza
della città. Su questo non c'è alcun dubbio.
Dentro questa piccola ampolla, cari signori, c'è l'essenza blended di
milonga, vals e tango. Pepito eccelle in tutte tre le danze e, più in
generale, è maestro nella trasformazione istantanea della musica in
movimento. E' un piacere raro vederlo improvvisare, magari su un tango che
non ha mai sentito
prima: crea la coreografia un po' alla volta, con stupefacente sapienza compositiva
e con geniale raffinatezza ritmica.
Nessuno come lui ti dà l'impressione di naturalezza. Pepito, mentre
improvvisa, sembra intuire il sottile intento del compositore della musica
e, a volte, anticiparne
le conclusioni formali, come se non avesse fatto altro che meditare su quelle
note tutta la vita.
L'anno scorso, 1995, ha festeggiato il suo cinquantesimo anniversario di
tango. Già nel 1952 lavorava professionalmente ai massimi livelli, nei club,
cinema e teatri più importanti di Buenos Aires.
Didatticamente Pepito è insostituibile, tutti gli devono riconoscenza;
ha inoltre creato coreografie per i migliori ballerini, incluso quelli di Tango
Argentino di Orezzoli e Segovia.
Il suo campo d'azione non si limita alla danza: come un instancabile Cupido
predispone, pianifica e cementa unioni sentimentali. Il suo grande cuore,
o un'estremistica
deformazione professionale, non gli permette di sopportare la solitudine,
né sua,
né degli altri. Non tollera i single, non può vedere gli spaiati.
Il suo carattere è talmente radioso che la gente si sposa solo per vederlo
sorridere.
Negli ultimi dieci anni Pepito ha girato il globo come una trottola, insegnando
finanche all'Università dell'Illinois e di Stanford, dove è Master
in residence. Tutto questo insieme a Suzuky la quale, per tornare al discorso
sui profumi, è un'ampolla ancora più piccola.
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| Miguel Balmaceda, l'arte del camminare |
Miguel Balmaceda, l'arte del camminare di
Marco Castellani, 1995
Se nella Danza Classica la spiritualità si
esprime attraverso l’elevazione, nel Tango si preferisce
essere terrestri.
Il milonguero adora il suo pavimento; nel "caminar",
e ancor più nella
maniera in cui "pisa", egli testimonia la sua fede tellurica: nel
Tango-salòn
sono dunque i piedi ad espletare le funzioni spirituali. Il gran sacerdote
di questa particolare religiosità plutonica era oltre ogni possibile
dubbio Miguel Balmaceda, che viene qui ricordato in un brevissimo e ammirato
ritratto.
Diamo ora la parola a Marcelo Menasché:
"… Il ballerino porteño non corre e non salta, poiché queste
sono cose da gringo. Non infioretta la danza, chè non sarebbe da uomini.
Sobrio, infinitamente sobrio, egli cammina. E qui sta il suo virtuosismo. Dove
tutti gli altri vedono solamente un camminare, egli compie variazioni di indicibile
sottigliezza, frazionando il ritmo, sottraendosi o anticipando il tempo della
musica, in ogni caso dominandolo."
Come ci ha spiegato Bruce Chatwin nelle sue meravigliose pagine dedicate
a questo atto umano di semplicità e purezza, nel camminare si trova concentrata
una sapienza millenaria.
Molti grandi artisti sono stati infaticabili camminatori (Arthur Rimbaud,
per esempio, il regista Werner Herzog, Raùl Gonzalez-Tuñon e il suo
alter ego poetico Juancito Caminador); Miguel invece aveva fatto del suo camminare
una grande arte. Nella sua scuola di Tango ci si andava esclusivamente a camminare
e a imparare come muovere i piedi sul pavimento, senza fargli male. Sebbene fosse
un uomo di corporatura massiccia, appoggiava i piedi con saldezza di rizoma e
soavità di coguaro.
Arthur Rimbaud era per Verlaine "l’homme aux semmelles de vent",
ossia l’uomo dalle suole di vento: per tutti coloro che lo videro ballare,
sotto le scarpe di Miguel soffiavano gli alisei di primavera.
Miguel è colui che ha inventato la "base larga", una cosuccia,
direbbe il Gastone petroliniano, che serve per camminare e che nessun ballerino
di Tango può permettersi di ignorare.
Con la sua compagna Nelly, Miguel diresse fino al 1992 la pratica e la
milonga di Canning quando ancora si chiamava Salòn Helenico per via dei cospicui
reperti archeologici, alcuni dei quali non semoventi, che grecizzavano il décor.
A Canning ci andavano i migliori ballerini di Buenos Aires, autentici interpreti
della raffinata peripatetica porteña e un esercito di aspiranti coguari.
Miguel conosceva personalmente i piedi degli uni e degli altri. |
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